Secondo: uninominare il suo nome invano

Il Tasso, da sempre gruppo che testimonia la sua alterità rispetto al sistema partitico così come “concepito” in Italia  e che ne critica il cortocircuito,  non può che guardare con sconforto il dato che esce dalle elezioni del 2018.

Non ci interessa chi ha vinto, se c’è un vincitore,  ma ci interessa capire una dinamica molto semplice e sconfortante, che contraddice il concetto di uninominale.

Guardiamo i colori, e senza chiederci chi è il vincitore,  domandiamoci a chi deve la sua elezione e rielezione.

Domandiamoci se al nord i candidati del centrodestra erano sempre  i migliori e al sud quelli del Movimento Cinque Stelle. Possibile???

Nei casi inglese, francese, o tedesco i candidati devono la loro elezione ai voti ‘personali’, cioè diretti alla loro persona, che sono in grado di raccogliere nel collegio. Nel caso italiano i candidati dei collegi uninominali sono stati evidentemente  eletti sulla scorta dei voti ai partiti di cui fanno parte.

Nei collegi ‘veri’ i candidati sono eletti e rieletti dai loro voti ‘personali’, mentre in quelli finti è il voto ‘partitico’ a decidere se un candidato entra o non entra in parlamento.

Sintesi: sempre più peso a partiti e sempre meno agli elettori che dovrebbero esprimersi sulla qualità dei candidati e della loro rappresentanza e invece votano anche candidati sconosciuti e pure paracadutati; tanto vale votare solo il simbolo e fare decidere ai grandi capi chi è “degno” di andare a Roma.

Sarebbe più corretto.

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