Hiroo Onoda e i suoi fratelli

Il tenente giapponese Hiroo Onoda era uno di quei soldati dell’esercito imperiale che non uscirono dalle giungle dell’Asia quando Tokyo si arrese.

«Ogni soldato giapponese era pronto a morire, ma io ero un ufficiale dell’intelligence, e l’ultimo ordine che ricevetti fu di condurre imboscate e azioni di guerriglia», raccontò in un’intervista. Dopo quell’ultimo messaggio Onoda e tre suoi soldati furono tagliati fuori. Rimasero soli nella giungla.

Passarono i mesi e gli anni.

Uno degli uomini di Onoda fu catturato nel 1950. Altri due morirono in combattimento, l’ultimo nel 1972.

Tokyo aveva nel frattempo  ospitato le Olimpiadi nel 1964, aveva firmato trattati per riallacciare le relazioni diplomatiche con tutti gli Stati della Seconda guerra mondiale.

Il comando delle nuove Forze di Difesa capì che solo un uomo poteva dare il contrordine all’ultimo dei giapponesi: quell’uomo era il suo comandante del 1945, il superiore che gli aveva detto di resistere.

Il vecchio ufficiale fu mandato a recuperarlo e lo recuperò . Era il marzo del 1974.

E’ una storia triste, che si ripete.

Qualcuno che grida  “banzai!”, che ti chiama alle armi,  che ti  urla di  resistere all’infinito , e qualcun altro, solitario,  che se ne sta nella giungla  per un  malinteso senso dell’ onore (così si presume),  mentre l’urlatore nel frattempo sta già siglando trattati di pace.

La guerra mondiale – per la difesa del  doppio senso di marcia  verso il  sol levante e quello di ponente -  è diventata una questione di principio di un solo combattente, prigioniero di sé stesso.

Ma forse è una storia troppo triste per essere vera.

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